Matteo
Bertini

1976
Montelupo Fiorentino
Un Cerchio di carta racchiude la storia di Matteo Bertini. Iniziato all'arte da Remo Salvadori, Bertini ha seguito le note delle sue riflessioni e suggestioni, fino a compiere un gesto di riconoscente autonomia. Nell'estate 2002, in una villa a Castelfalfi (PI), ha composto con la carta un cerchio, figura geometrica amatissima da Salvadori. L' ha cosparsa di spirito e l' ha infiammata. Ne sono rimaste le fertili ceneri, segno di un passaggio indelebile, nonostante il voluto distacco.
La dicotomia tra il legame con Remo Salvadori e l'emergere di un personale sentire si legge nelle opere di Matteo Bertini. La figura ricorrente del cerchio (Scultura di forchette, performance in Piazza Indipendenza, Firenze, 2002), la tendenza a rappresentare gli oggetti in pittura tramite ombre bidimensionali e l'attenzione alla teoria steineriana dei colori sono indici del debito verso il maestro. Ma lanciando uno sguardo meno superficiale, si colgono numerosi elementi di autonomia. I materiali amati da Bertini sono effimeri, come la carta o la creta; i profili da lui dipinti hanno contorni irregolari; il colore che itera è il rosso, simbolo di sangue e di vita.

In Profilo di un arma mitragliatore Fiat 1914 (2002), l'artista affronta l'insidioso tema delle armi, oggetti affascinanti per il potere che conferiscono a chi le porta, ma minacciose ed inquietanti. Riportandole sulla superficie, ne annulla la pericolosità e le osserva con ironia.
Il linguaggio che usa nella serie delle armi è quello maturato con i Profili di animali reali o di ibridi composti da esseri diversi.

L'intento principale di Matteo Bertini è quello di cogliere gli aspetti ironici del reale, decontestualizzando oggetti usualmente pensati entro certe coordinate o giocando sui rapporti dimensionali. In Cerco casa (100x100x40 cm), l'artista si raffigura come un pupazzo rosso a cui è rimasta solo la lavatrice, nel momento del trasloco. La miniaturizzazione accentua i toni ironici di una situazione di per sé tale.

Bertini ha in effetti fatto le valige più volte: da Montelupo a Milano, dove ha lavorato presso la prestigiosa Galleria Stein; dall'Italia all'America, in un viaggio formato da tappe diverse e stimolanti; dagli USA alla Toscana, luogo di nascita.
Qui ha trovato una degna accoglienza. Partecipa all'Officina Giovani di Prato, esponendo agli ex Macelli, ed è più volte chiamato a lavorare al progetto Kuzu, riallestendo gli spazi dei saloni di una famosa catena di coiffeur.
Da Firenze e Montelupo non si vuole separare. "E' il trampolino per nuove esperienze in altri luoghi. Ma è qui che ogni volta desidererò ritornare. A casa".
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