Mauro
Manetti
1960
San Miniato
Vive e lavora ad Empoli.
Mauro Manetti inizia con una riflessione sul tempo. Un tempo che non si ripete con circolarità, ma che scorre in un eracliteo panta rei. Lo vediamo in Zeitlos (Tempo), il video dei primi anni Novanta in cui le lettere che compongono la parola Zeitlos cercano di arginare il flusso di un fiume. Inutilmente.
Il tempo non è un oggetto, è un'idea, si spegne lentamente (F.D.). E' il titolo della prima personale di Mauro Manetti, allestita nel 1992 alla Galleria Continua di San Gimignano e curata da Rita Selvaggio. Un albero che cresce inventando linee non inscrivibili nella regolarità di rettangoli sovrapposti.
Intorno alla metà degli anni Novanta, Manetti inizia a riflettere sul tema del rapporto tra individui e sulla crescita legata al venirsi incontro. Mani che si toccano e si intrecciano, come metafora di unione. Fotografie in bianco e nero inquadrano le mani dell'artista e della moglie strette in gesti di comprensione. Ketty la Rocca è dichiaratamente dietro l'angolo, con la sua intensa attenzione al linguaggio del corpo. Negli stessi anni (1993-94), Mauro Manetti realizza sculture pesantissime dotate di maniglie: bisogna essere in due per riuscire a spostarle.
Dopo essersi soffermato sull'importanza dell' altro, l'artista ritorna su se stesso e sulla capacità di abbattere i propri muri interiori, gettando ex novo le fondamenta dell' essere. Dal 1996 si concentra sull'idea della distruzione e della ricostruzione, in una serie di lavori di impatto diverso. Nel 1996, presenta alla collettiva "Il punto" alla Galleria Continua di San Gimignano un'opera simbolo della sua poetica. Pratica un ampio buco nel muro dello stretto corridoio che dà accesso all'anfiteatro, all'interno degli spazi della galleria. Accanto al vuoto rimasto, una mensola sostiene un vaso di fiori coloratissimi. Abbattiamo gli schemi e lasciamo che la spontaneità, la bellezza, la semplicità ci regalino un appiglio per ripartire.
Un'operazione simile è ripetuta alla Galleria Primopiano di Brescia. Manetti distrugge la base delle pareti della galleria, esponendo al centro delle sale grandi piani di fondamenta, complete di tutti gli strati di materiali necessari.
Applicando lo stesso principio alla pittura, l'artista decide di rinunciare al pigmento e di realizzare dipinti con il solo medium, l'olio di lino. Via il superfluo, per tornare a ciò che normalmente rimane inosservato. Un gioco con l'idea di vuoto. A contatto con la carta, l'olio si ingiallisce in modo disomogeneo, creando trasparenze apprezzabili solamente controluce.
Negli ultimi anni, Manetti ha puntato la sua ricerca proprio sulla pittura su carta. Effetti di fluidità e trasparenza si snodano con segni eleganti sui supporti bianchi. L'essenzialità dei petali rosa che il pennello posa sulla carta è un segno di rispetto nei confronti dell'ambiente che accoglierà l'opera. Grande è infatti l'attenzione di Mauro Manetti al contesto espositivo, che influenza in modo sostanziale la scelta dell'intervento.
Nel contesto di Verso i monti dei profumi, l'artista ha lavorato all'interno di un bosco: fa sbocciare un grande fiore tra i rami di un albero, adattandosi all'ambiente anche nella selezione del soggetto; si relaziona con lo spazio naturale privando la sua presenza di qualsiasi prepotenza.
Ugualmente accorto è il suo inserirsi nel giardino della Villa di Bellosguardo a Lastra a Signa, in occasione della mostra L'essenza dello sguardo, curata da Alessandra Scappini (14 aprile- 16 giugno 2002). Manetti sceglie un punto in cui la vegetazione appare più libera e selvatica, per porre un profilo di uomo di carta ruvida, vaporosa. Un essere che si dissolve, una "nuova specie umana" in grado di sciogliersi dalle catene della tecnologia per puntare davvero in alto. Come lo sguardo dei visitatori, costretti ad alzare gli occhi per osservare l'opera.
Mauro Manetti è partito dall'idea del tempo, per approdare alla riflessione sull'incontro; è arrivato così alla riscoperta dell'universo individuale. Il cerchio si chiude con un io rinato, che scevro di pesanti pregiudizi si immerge rispettoso nella natura.
Vive e lavora ad Empoli.
Mauro Manetti inizia con una riflessione sul tempo. Un tempo che non si ripete con circolarità, ma che scorre in un eracliteo panta rei. Lo vediamo in Zeitlos (Tempo), il video dei primi anni Novanta in cui le lettere che compongono la parola Zeitlos cercano di arginare il flusso di un fiume. Inutilmente.
Il tempo non è un oggetto, è un'idea, si spegne lentamente (F.D.). E' il titolo della prima personale di Mauro Manetti, allestita nel 1992 alla Galleria Continua di San Gimignano e curata da Rita Selvaggio. Un albero che cresce inventando linee non inscrivibili nella regolarità di rettangoli sovrapposti.
Intorno alla metà degli anni Novanta, Manetti inizia a riflettere sul tema del rapporto tra individui e sulla crescita legata al venirsi incontro. Mani che si toccano e si intrecciano, come metafora di unione. Fotografie in bianco e nero inquadrano le mani dell'artista e della moglie strette in gesti di comprensione. Ketty la Rocca è dichiaratamente dietro l'angolo, con la sua intensa attenzione al linguaggio del corpo. Negli stessi anni (1993-94), Mauro Manetti realizza sculture pesantissime dotate di maniglie: bisogna essere in due per riuscire a spostarle.
Dopo essersi soffermato sull'importanza dell' altro, l'artista ritorna su se stesso e sulla capacità di abbattere i propri muri interiori, gettando ex novo le fondamenta dell' essere. Dal 1996 si concentra sull'idea della distruzione e della ricostruzione, in una serie di lavori di impatto diverso. Nel 1996, presenta alla collettiva "Il punto" alla Galleria Continua di San Gimignano un'opera simbolo della sua poetica. Pratica un ampio buco nel muro dello stretto corridoio che dà accesso all'anfiteatro, all'interno degli spazi della galleria. Accanto al vuoto rimasto, una mensola sostiene un vaso di fiori coloratissimi. Abbattiamo gli schemi e lasciamo che la spontaneità, la bellezza, la semplicità ci regalino un appiglio per ripartire.
Un'operazione simile è ripetuta alla Galleria Primopiano di Brescia. Manetti distrugge la base delle pareti della galleria, esponendo al centro delle sale grandi piani di fondamenta, complete di tutti gli strati di materiali necessari.
Applicando lo stesso principio alla pittura, l'artista decide di rinunciare al pigmento e di realizzare dipinti con il solo medium, l'olio di lino. Via il superfluo, per tornare a ciò che normalmente rimane inosservato. Un gioco con l'idea di vuoto. A contatto con la carta, l'olio si ingiallisce in modo disomogeneo, creando trasparenze apprezzabili solamente controluce.
Negli ultimi anni, Manetti ha puntato la sua ricerca proprio sulla pittura su carta. Effetti di fluidità e trasparenza si snodano con segni eleganti sui supporti bianchi. L'essenzialità dei petali rosa che il pennello posa sulla carta è un segno di rispetto nei confronti dell'ambiente che accoglierà l'opera. Grande è infatti l'attenzione di Mauro Manetti al contesto espositivo, che influenza in modo sostanziale la scelta dell'intervento.
Nel contesto di Verso i monti dei profumi, l'artista ha lavorato all'interno di un bosco: fa sbocciare un grande fiore tra i rami di un albero, adattandosi all'ambiente anche nella selezione del soggetto; si relaziona con lo spazio naturale privando la sua presenza di qualsiasi prepotenza.
Ugualmente accorto è il suo inserirsi nel giardino della Villa di Bellosguardo a Lastra a Signa, in occasione della mostra L'essenza dello sguardo, curata da Alessandra Scappini (14 aprile- 16 giugno 2002). Manetti sceglie un punto in cui la vegetazione appare più libera e selvatica, per porre un profilo di uomo di carta ruvida, vaporosa. Un essere che si dissolve, una "nuova specie umana" in grado di sciogliersi dalle catene della tecnologia per puntare davvero in alto. Come lo sguardo dei visitatori, costretti ad alzare gli occhi per osservare l'opera.
Mauro Manetti è partito dall'idea del tempo, per approdare alla riflessione sull'incontro; è arrivato così alla riscoperta dell'universo individuale. Il cerchio si chiude con un io rinato, che scevro di pesanti pregiudizi si immerge rispettoso nella natura.
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